
Certo era un giardino
l'ormai incolto groviglio
di lontani ricordi soffocati
o svaniti nel nulla.
Dove trovi gramigna c'eran fiori,
c'eran fanciulle dove trovi sassi.
E' inutile il ritorno sul
sentiero cancellato dagli anni.
Rotoli di sterpaglia rinsecchita
in luogo di una pagina fiorita
di amorosi pensieri e desideri
sepolti fra le calpestate erbacce.
Inutile il ricordo, anzi dannoso,
perché fra gli ectoplasmi c'è il
veleno delle notti perdute a rivedere
dei volti ormai appassiti oppur perduti.
Sì, forse è santo il calare della luce,
l'offuscarsi del tempo e dei pensieri,
il morir dei sognati desideri,
questo andare per mare senza lumi.
Giba

Microscopica parola
con un codino sventolante
che si infila nell'ovulo
di un dolcissimo,
femminile pensiero
e si divide,
moltiplicandosi in versi.
Nasce la poesia....
Giba

Salire per strade sconosciute
e strane, irte di basoli
e sofferenze millenarie.
Andar, con ironica sofferenza,
sulla obbligata via della resa.
Poi trovi il tutto in un tranquillo
riso, una curiosità su chi ti tocca
e guarda, un non poter far niente
oltre all'andare.
Tu vai sulla speranza e sai che manca,
ridi di te pensando a te bambino,
le gambine piegate sui ginocchi
e le palline di creta colorate.
Miravi al mucchio ed era tua la sorte,
se la piramide cedeva, sparsa.
Di colpo ti ritrovi qui, a finire
fra i merli morti delle mura antiche
di una antica città che, ancora,
è per te Babilonia.
Il tempo non passò, non passa ora.
Vedo negli occhi di chi mi cura,
affettuosa impotenza,
e tanto basta.
Il mio elmo non è
un semplice bacile.
Morrò qui,
ai piedi dei mulini a vento.
Giba

Vera, lunga, stramba poesia
Vera davvero, ora lo so.
Vera per la mia vita il suo
sevire, come pioggia sul fico,
d'estate.
Lunga la vita e solo ora
il rapporto si fa lieve.
Breve la mia poesia.
Vorrei dire che il senso
del niente è desolante
e che la vita non dura
quanto il suono dell'anima.
Non resta traccia
di queste povere poesie ambulanti
nel cuore di chi ha cuore
e che verrà.
Vale per oggi e solo
per un attimo,
lo strofinio delle
zampe di un grillo:
io grillo.
Suono ed attendo
come Paganini,
che il suono sia compreso;
no, non ripeto.
Giba
Fu quando arrivò Cristo, all’improvviso,
Dopo l’orto e dopo la passione,
dopo la croce ed il sudor di sangue.
Egli era nella casa di suo Padre, e
si trovò su una collina brulla,
con l’infinito avanti e un focherello.
Con una fiamma come di candela.
Lui unico legittimo, unico figlio
dell’immenso creatore delle cose,
si volse intorno a cercar manna e
rose, ed alberi fruscianti e morbidi
cuscini, ed angeli pietosi.
Nulla di tutto questo, solo un
vago sentor di vita eterna
rivòlta all’annottare di una
notte divelta dal futuro,
non essendoci il Sole più a calare
né l’orizzonte a scendere lontano.
E Cristo sanguinante si deterse,
con un sorriso il sangue dalla
fronte, e spense con due dita
la candela. La notte scese,
infinita.
giba


Che poesia per me
è l'urlo. Così mi viene
l'urlo, da seduto, come un
terribile, dolcissimo niente.
Viene quest'urlo dal centro del lago,
dove sciavo un giorno, da bambino trentenne.
Mi chiedevo perché, proprio nel centro
dell'acque, ci dovesse esser l'inferno.
A destra il tempio, quello
che ne resta, e le lunghe erbe
nel fondo che accarezzan gli sci.
Ma che cliente, alla vita che cammina,
quella galleria nella lava
che accompagna allo zampillo
della Sibilla ironica, in attesa.
"Attendi il nulla e verrà il tutto,
dice. Se la morte verrà sarà la via".
Un sogno di poesia a parlar di niente,
quel niente, infine che è parlar di vita.
giba


Una sera così, mai vista.
Il Sole sarà sale alla caduta
e correranno i merli a rifugiarsi,
fischiando nella notte.
Stasera.
Sai quella sottile aria in primavera
che ti prende i sensi
e ti fa a sedici anni, inturgidire?
Sai la vita?
Bene, sarà la vita, questa sera.
Correremo sulle frasche, come scimmie
impazzite sui rami del pensiero.
Stasera vedrai, correranno i ragni
sull'albero e suonerà la "quinta".
Ci sarà l'amore di nuovo, quello vero,
quello che finisce e ti resta, fuori,
come un incancellabile tatuaggio
e dentro come pagina del nulla.
Se ci sarà la sera, questa sera.
Giba

Il mare urla
sugli scogli silenti
rimbombando,
ed il silenzio
fa da eco al suono.
La mia attesa è seduta
ed aspetta, senza saperlo,
che il rumore si quieti
dando pace.
Non sarà pace ma angoscia,
non più distratta dal rumore,
a risalir dal fondo
sopito del sapere
che si farà aspra
coscienza.
Eppure la sottile ansia distratta
è più dolorosa del reale.
Il male, a volte, è meglio
averlo in casa che alla porta.
Il mare urla ancora,
per ora,
il suo lamento.
Giba

No, non è vero che lenisce,
il tempo, le giovani piaghe.
Nel trascorrere della vita,
nell'inverno incombente,
si inasprisce la ferita
del mio cuore lontano e, muto,
mi lamento di un dolore dell'anima
cupo come una nuvola montana
gravida di tempesta.
Se l'amore è dolore, il dolore
non muta, col passare dei passi,
sempre più lenti ed esitanti.
Un dolore indocile che senti
nella vita, per la vita, tutta.
Come ti ho amato come e quando e quanto
e dove e perché non lo ricordo quasi,
non voglio ricordare se non nei giorni
in cui non riesco a liberarmi del
pensiero che torna ed invischia, e mi inchioda.
Eppure non ci son più le persone di allora
né le cose, non c'è quel tempo né il tempo
che scompare venendo. Il mio terrore è che questo
soffrire travalichi quello che mi resta
e non mi lasci mai, neppure dopo.
giba

Così immobili siamo,
nel nostro divenire
che nessuno si accorge
del mutare dei pioppi,
al passare del treno.
Abbiamo il posto ambito,
al finestrino che va.
Ci guarda angosciato,
il signore davanti
che soffre l'andare.
Tutum, passano i prati,
segnati da canali,
alla fine del regno.
Tatam, fa la rotaia
e ti accosta di lato.
Magia del viaggio,
sul treno antico,
dalle alte predelle:
magia, tatum.
Tatum.
Arriveremo.
Giba

Così segreto è quel che sento dentro,
chiuso nella mia stessa incomprensione
che vorrei svelar me stesso a me stesso,
se non avessi paura di capire.
Quel che ieri era sotteso oggi lo intendo
come una crudeltà infinita, come azione
che fa dell'uomo solo la sua rabbia. Eppure
l'amore ci sarà, da qualche parte,
non così facile a cogliere, così volgare.
Ci sarà quell'amore che non colsi, per non far
male all'anima di una fanciulla in fiore, pur
amando. E senza amare non colsi, per rispetto
di me, che senza amore non so dare, per non
strappar di terra la margherita bianca.
Anch'io, come il poeta, amo i fior che non colsi
e un po' d'amaro mi resta dentro, sapendo, che forse
fui io a deludere chi mi si dava senza illusioni.
Ora che vedo la noia negli occhi dei ragazzi, ora
che vedo ragazzine ardite farsi avanti solo per
avere un avanzo di niente, non rimpiango quel
che ho lasciato intatto. Io sono un uomo che
ha amato sol chi ha amato, e fu per sempre.
giba

Siani
Città tremenda e disgraziata e splendida,
Città di cui amo ogni pietra ed odio il niente,
Che risorge dal continuare umano.
Città della mia vita, dei miei affetti,
Della mia gente a venire, dei miei
Sogni, delle mie irate disillusioni.
Città che dai ed uccidi, che ami cancellando,
Mia città dei tempi, della rabbia;
Finita nella rabbia senza arrabbiarsi mai,
Solo atteggiandosi al gesto del teatrante,
Che “cacciava” il coltello senza scopo.
Chi devo amare mai, così diversi i nostri
Inseparabili esseri e così eguali? Eguale a voi
Nell’ ironico spirito in cui eccellete, eppur lontano.
Vivo nella follia, nella violenza, nell’amore e nel tempo
Che lo oscura. Vivo vivendo un mondo senza eguali
Che sa dar morte e amore “pari pari“.
Odio chi amo, e sono molto stanco.
Giba

A questa forza, quasi disperante,
debbo lo stare in piedi fra le onde,
come un povero cristo che cammina
verso una barca senza remi e vele.
Non so come si possa avere ancora
questa rassegnazione al nulla,
a camminar sull'acqua verso il niente.
Ci vuol forza infinita che mi è data
e che mi regge per le spalle, in piedi.
Forse, seduto sulla barca, al largo,
il dondolio mi cullerà, dell'onda,
come la nonna da bambino, piano.
Perché questa è la forza, ridere di
pianto, in questa allegra disperazione
che copre la mia vita in ogni istante.
Io so che basterebbe una parola,
perché la forza mi lasciasse andare,
ed affondare in questo lago
di Tiberiade che mi attende invano
ormai da tanti anni. Invece uso
questa debole forza che mi illude.
Giba



Attesa
Nel buio, graffiato da lievi suoni,
in cui il canto del grillo si fa acuto,
accendono in due, nella radura,
un piccolissimo lume, guardandosi
negli occhi, insonnoliti.
Lui le prende la mano e lei,
stringendosi la maglia, brividendo,
sussurra che il buio la
impaura. "Come un muro di morte,
attorno al lume"
Un sorriso la acquieta: "Attendi cara,
i nostri sogni sorgeranno all'alba. Per
ora riposano oltre il muro. Questo è un
muro d'attesa. Il lume ci accompagna ad
aspettare. Quando si spegnerà
vedremo il mare.
Giba


Stanche stanze nel deserto,
colme di sottile polvere d'anni
come sabbia nera.
Stanche le stanze, le maniglie,
di stanchi mobili, stanche:
scurito il tutto, nel nulla accaduto
mel mio "dentro" che sembra
partorito ora, dalla calda giornata.
Eppure è un freddo pensiero
che appare in un brivido, apparente
dal fondo di un segreto conosciuto.
Bello è tutto, a vedersi, a sentirsi.
Tremendo il tutto se lo senti perduto.
Son tutti fiori, son brillanti eterni,
son cose dolci per un affamato
che non le avrà perché troppo
lontano, per poterle afferrare,
senza che cada la sua mano
prima.
Giba

DESKTOP
L'estate si fa torrida
di scontati pensieri
e ti sorride storto
il pensiero del niente,
dell'avanzo dolente
del passato passato.
Un ridicolo orizzonte
di nuvole inventate,
la vita stravolta dal
resto del carlino
per un giornale usato
dagli angoli piegati.
Nulla è cambiato e
nulla è, quindi, nuovo.
Milioni di parole non
aprono i miei pensieri
ma li chiudono al nulla
dalla morte alla culla.
Siamo serviti? Forse,
ma certo non serviamo.
Vediamo il limite
al limitar del legno
che regge una finestra
su una vita non vita.
La vecchiaia ti scolora.
giba

Una croce?
Nacque la croce
dal cielo e cadde
fra noi, come un
futuro ricordo.
Eravamo senza croci
ma venne, ci segnò,
noi ci segnammo e si
morì da allora, senza
l'inconsapevolezza.
Una croce per noi,
le nostre strane
scivolate nell'essere,
le sofferenze e l'amore,
l'inutilità.
Una croce per ricordare
le croci senza croci
che già c'erano; per
dire che siam poco
e si sapeva.
Perchè a segnar la vita,
non servivano croci,
bastava un male sordo
in fondo all'essere.
Giba

Così
Una poesia storta,
come la vita che pare storta
a noi che non sappiamo.
Vedi, nulla sappiamo della morte
e nulla sarebbe, se sapessimo
della vita. No, non sappiamo.
A cosa addebitare i dolori
a cosa la ferocia del niente?
A niente. Siamo e basta.
Quarti di bue appesi ai ganci
del macellaio, o somiglianza di Dio?
No, non sappiamo.
Sai niente della vita fra un secondo?
Nulla. Un desolante nulla per la nostra
presunzione. Non sappiamo.
Ma chi conosce Dio sa tutto: lui
lo sa. Conosce. Pover'uomo.
Povero è lui e chi di noi gli crede.
giba

Il non ricordo
Lo sai, di te io non
ricordo il nome.
Eppure fosti tanto,
mi fosti tanto e
tanto, perché, non so perché,
mi amasti. Io te lo dissi,
guarda che per me sei poco
e tu accettasti. Ed eri bella,
ed alta e morbida ed avevi,
quando ti stringevo,
un profumo leggero.
Scrivesti una poesia,
poverello, per me,
che pur diceva:
"Come un vento tu sei,
che appare all'improvviso,
ti solleva le vesti,
ti scompiglia i capelli..."
e finiva,
"ma qualcosa è sconvolto,
distrutto dalla sua follia...."
Ricordo che eri bella, e che sei
parte importante della mia vita
ma non so più il tuo nome.
Questo mi danna, e vorrei dirti:
"Cara, verdi i tuoi occhi e rossi
i tuoi capelli, il tuo parlare
fu unico al mio cuore.
Io non ti amai, ma t'amo tanto,
ora.
Perdonami la vita che è passata".
giba
Ripescata da un amico, che ringrazio (l'avevo scordata).
NUOVA
Mandami o cara
una poesia novella,
fiorita di immagini
assonanti,
come la frasca
di una nuova rima.
Mandami il sole caldo
in una tazza ed il colore
lento delle gore,
ma misurate su una media
stazza.
Il rotolar del fiume sullo stecco,
umiliato dal viscido fluire,
che accorre in un moderno
divenire.
Mandami un fiore rosso sulla
riva, che appare fiore e
fiore se ne va.
Io correrò su questa foglia
verde, che è verde ora
e certo ingrigirà.

I personaggi
Di questo palcoscenico spropositato
di cui calchiamo tavole ineguali,
noi viviamo la nostra parte
essendo personaggi e non interpreti.
Percorriamo una tragedia già scritta
cui non possiamo apportare varianti.
Noi non siamo, viviamo l'apparenza
non essendo ma fingendo di essere.
Dietro le quinte sorride Mangiafuoco
ed attende che cali il sipario.
Da questo teatro usciranno fantasmi,
come aliti di vento che si perdono
senza impronte o ricordi duraturi.
Noi tutti siamo l'infinito nulla.
giba